Il nuovo capo della Cia di Obama corre verso lo scontro con i democratici

Con la conferma da parte del Senato e il giuramento nelle mani del vicepresidente Joe Biden, il nuovo direttore della Cia, John Brennan, ha risolto una complicata battaglia per accedere a Langley che il giorno dopo si mostra per ciò che è: il minore dei problemi. Il maggiore è il dossier di 6.000 pagine sugli interrogatori della Cia che a dicembre è arrivato sulla scrivania della senatrice democratica Dianne Feinstein, capo della commissione Intelligence; il report, redatto dalla stessa commissione, è il frutto di un’inchiesta durata tre anni.
17 AGO 20
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Con la conferma da parte del Senato e il giuramento nelle mani del vicepresidente Joe Biden, il nuovo direttore della Cia, John Brennan, ha risolto una complicata battaglia per accedere a Langley che il giorno dopo si mostra per ciò che è: il minore dei problemi. Il maggiore è il dossier di 6.000 pagine sugli interrogatori della Cia che a dicembre è arrivato sulla scrivania della senatrice democratica Dianne Feinstein, capo della commissione Intelligence; il report, redatto dalla stessa commissione, è il frutto di un’inchiesta durata tre anni su metodi e risultati del programma di interrogatori “duri” messo a punto dopo l’11 settembre 2001, quando Brennan era vicedirettore esecutivo dell’agenzia. Ridotto ai minimi termini, il senso del documento riservato è che i metodi usati per interrogare i prigionieri non hanno prodotto risultati significativi. Feinstein ha chiesto all’agenzia di rivedere l’incartamento e di far avere al Congresso osservazioni (e obiezioni) entro il 15 febbraio, a distanza di quasi un mese dalla scadenza la Cia non ha dato una risposta ufficiale. Con una rete di dichiarazioni anonime dei suoi funzionari, Langley ha fatto capire che si oppone alle conclusioni del report e che dei venti casi presi in esame soltanto uno o due sono rappresentati in modo fedele. Il resto è distorsione e malizia politica. Nelle interrogazioni parlamentari per ottenere il placet, Brennan non ha messo esplicitamente in discussione i risultati dell’inchiesta e ha detto soltanto che il documento non collima perfettamente “con molte delle informazioni a mia disposizione”. Mettere mano al report sarà “una delle mie priorità” una volta insediato, ha detto.
La Cia non potrà continuare a rimandare ancora a lungo la risposta, specialmente in un momento in cui l’intelligence e la Casa Bianca sono sotto pressione per il programma di bombardamenti con i droni di cui Brennan è a un tempo architetto dietro le quinte e volto pubblico. Questa settimana si è aggiunto al dibattito sui droni anche il senatore libertario Rand Paul, che ha inscenato in aula una maratona polemica di tredici ore programmaticamente inutile ai fini del blocco della nomina di Brennan, ma potente sotto il profilo simbolico. Offrire un altro pretesto ai detrattori della Cia non è il modo migliore per iniziare il mandato, ma Brennan deve muoversi con cautela per evitare di rimanere schiacciato in una trappola politica. Gli attacchi agli interrogatori della Cia vengono dai democratici, mentre tutti i repubblicani della commissione, tranne uno, si sono dissociati dall’inchiesta. Il più alto in grado, Saxby Chambliss, ha detto che il report “non è obiettivo” e che assomiglia “alla nota scritta da un procuratore che vuole vedere soltanto le cose che non vanno”. Sintesi politica: una commissione democratica si scontra con la Cia guidata dal consigliere prediletto di un presidente democratico, a proposito di un tema che è stato negli anni di Bush il totem polemico della sinistra liberal.
Se Brennan sceglierà di stare con la “sua” Cia, negando la veridicità delle informazioni prodotte dal Congresso, si ritroverà nella parte del difensore delle politiche di Bush surrettiziamente passato sotto l’ala di Barack Obama; nel caso invece decida di fare qualche concessione ai parlamentari democratici rinfocolerà le accuse: non sarà facile convincere tutti che non sapeva nulla del programma di interrogatori che lui stesso ha contribuito a costruire. Sullo sfondo, ma nemmeno troppo, c’è sempre la vicenda dei droni. Con una dichiarazione ai limiti del paradosso la Casa Bianca ha detto: “Non useremo i droni per colpire cittadini americani, che non sono nemici dell’America sul suolo americano”, ma la vera disputa interna all’Amministrazione è la riforma del Authorization to Use Military Force (Aumf), il dispositivo votato poco dopo l’11 settembre 2001 che giustifica gli attacchi contro i responsabili della strage e ai loro affiliati, ovunque si trovino. Obama vuole estendere la definizione di nemico legittimo anche agli “affiliati degli affiliati” di al Qaida, allentamento dei criteri che permetterebbe a Washington di ordinare operazioni mirate anche in scenari diversi da quelli finora battuti con impressionante frequenza dagli aerei senza pilota. Con la logica dell’attacco agli “amici degli amici” si potrebbe estendere facilmente il raggio d’azione a paesi come la Libia e il Mali, e potenzialmente ovunque si annidano parenti terroristici di secondo grado dei nemici dell’America. Anche Paul e molti liberal vorrebbero una riforma del Aumf, ma in senso restrittivo. Un inizio non proprio facile per Brennan.